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testo di prova

Syria Poletti - Città di Sacile

Syria Poletti

“Ritornerò quando sarò famosa”
Scrittrice, saggista e poetessa italiana naturalizzata argentina.

Syria Poletti (1917-1991), nasce a Pieve di Cadore ma trascorre la sua infanzia e giovinezza a Sacile, prima di emigrare nel 1938 in Argentina. Questa città le è rimasta nel cuore tanto da citare spesso nelle sue opere, i suoi ricordi, questi luoghi dove ha trascorso la sua infanzia trasfomandoli di volta in volta in racconti per adulti o in narrazioni per bambini e ragazzi. Ha pubblicato numerose opere sia per adulti che per bambini le quali sono state tradotte in varie lingue tra le quali inglese, russo, tedesco (non è mai riuscita a pubblicare in Italia) edite in più edizioni tanto da diventare in Argentina una scrittrice affermata ed apprezzata perfino da Jorge Luis Borges che di lei ebbe a scrivere “Se ci sono vere scrittrici in Argentina? Sì, ce n’è una: ma è italiana”.

Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per la sua opera letteraria e saggistica quali si citano ad esempio: Premio Internacional Losada (1962) per l’opera Gente conmigo (Gente con me,  unico  romanzo per  adulti  pubblicato  in Italia  a cura di Claudia Razza dalla Marsilio Editori), Premio IBBY assegnato dall’UNESCO (1972 e 1985), Premio Konex di platino per la letteratura infantile (1982). Inoltre alcune sue opere sono state adattate per rappresentazioni teatrali, per trasmissioni radiofoniche e dal romanzo Gente conmigo sono state prodotte sia una versione televisiva che cinematografica (regia di Jorge Darnell, 1967).

Nel 2007 per volontà dell’Amministrazione comunale di Sacile sono usciti la raccolta di racconti “La linea del fuoco” edizione Biblioteca dell’Immagine, ed i racconti per bambini: “Le marionette di Ninin” dalla Composit Editrice ed ora “Un fidanzato per Inambù” da Falzea Editore.

Nel 2016 è stato tradotto dalla Rayuela Edizione “Lo strano mestiere. Cronaca di un’ossessione” a cura di Milton Férnandez.

Tornò più volte in Italia e anche nelle sue terre d’origine: a Sacile, nel 1968, fu invitata da Natale Borsetti, allora presidente del Circolo culturale cittadino, ad una serata in suo onore. Syria viveva ancora sull’onda della popolarità portatale da “Gente con me” e arrivò a quella serata accuratamente vestita e pettinata, come una ragazza al suo primo appuntamento. Vincendo l’emozione di parlare ai suoi concittadini del passato in una lingua che ormai non le apparteneva più, Syria pronunciò parole bellissime su Sacile. Parole che suggellano poeticamente il profondo vincolo d’amore con questa città.

Disse Syria, tra le altre cose: “… il grande scrittore argentino Ernesto Sàbato su di me ha scritto … Syria Poletti è il simbolo di chi, avendo sofferto sulla propria carne il dramma dell’emigrazione, ha saputo dare quello che di più prezioso può dare l’uomo: l’opera d’arte. Io voglio dirvi che se nella mia opera Sacile è sempre presente, è perché questa città mi ha trasmesso lo spirito, la forza, la volontà e anche la gioia di poterla compiere”.

Ai Sacilesi che l’ascoltavano, quella sera di quasi quarant’anni fa, parlò anche della speranza di tornare, famosa scrittrice tradotta in italiano, là da dove era partita. Proprio come aveva scritto nei biglietti che si lasciava dietro le sue fughe di ragazzina ribelle: “Ritornerò quando sarò famosa”.

Diventò la responsabile di un seguitissimo programma radiofonico dedicato agli emigranti italiani a cui veniva data la possibilità di mettersi in contatto, via radio, con le famiglie rimaste in Italia. Conobbe così decine di storie, fatte di nostalgia, di speranze, di spaesamento, che poi raccontò con forza e con dolcezza nei suoi libri.

Poi c’era il ponte. Da quel punto si poteva contemplare la città immersa nella conca verde che si intrecciava col labirinto del fiume…

In una nota d’archivio del 1850 si legge che il Regio Erario a mezzo dell’Impresa Signori Marchi, va a costruire in via provvisoria il ponte di legno sul Livenza, che dalla contrada detta “dell’Oca” mette nella località della Madonna e borgo dei Capuccini, e quest’unione avrebbe provveduto ai bisogni, alle convenienze ed alle comodità degli amministrati del servizio sanitario e religioso, avendosi anche nella località degli ex Capuccini, la Chiesa di proprietà comunale che torna di grande vantaggio a tutta la popolazione. Ecco perché in passato è stato anche detto il ponte della Madonetta; in seguito chiamato semplicemente dell’Ospedale.

L’attuale Via Luigi Nono viene ancora comunemente denominata Contrada dell’Oca, così come scrive Syria Poletti nel racconto La linea del fuoco: “il nome mi pareva adatto perché quella via stretta, sinuosa, che d’un tratto si allargava in una piazzetta, sembrava proprio un’oca”. In realtà il nome popolare di Contrada dell’Oca derivava da uno stemma, portante l’oca, della famiglia Polani affisso fin dal XIII secolo nella facciata di una delle ultime case verso il Livenza.

Soggetto più volte a demolizione e ricostruzione per vicende strategiche militari (come ad esempio il passaggio truppe francesi nel 1813, prima guerra mondiale…) o a seguito di inondazioni come la grande piena del 1820, il ponte ora collega il borgo di San Gregorio con l’antico ospitale (ora Via Garibaldi) a Via Ettoreo dov’è stato costruito l’attuale Ospedale civile.

Nel 1919 l’allora Commissario Prefettizio Enrico Fornasotto scrisse “In causa dell’invasione nemica del territorio in questo Comune, vennero distrutti e poi ricostruiti in via provvisoria i ponti sul Livenza, tra cui quello in località Ospitale”. Ma fu costruito con legname inadatto (ippocastano, platano ecc.) e con l’arcata a “pieno sesto” che rende difficile il transito anche ai veicoli più leggeri. In seguito, negli anni venti e trenta del secolo scorso, venne deciso di ricostruire il ponte non più in legno ma con l’utilizzo del cemento armato con l’impalcatura impostata ad altezza tale da non essere mai raggiunta dalla massima piena del fiume e nel contempo si provvedeva alla sistemazione dei due lavatoi pubblici. Ed ecco che ritornano le parole di Syria: è questo ponte antico, i cui archi di pietra, immersi nelle acque, facevano da cornice al cicaleccio colorito delle lavandaie, che lì avevano il loro quartiere generale, e lì risolvevano le loro faccende a colpi di biancheria, tra nubi di schiuma.